giovedì 16 agosto 2012

The Prestige

E' acclarato: Christopher Nolan è un genio.
Non ascoltate "Kevin Spacey" di Caparezza
Certo, come tutti, a volte ha dei passaggi a vuoto (leggasi i primi due capitoli della trilogia-reboot di Batman), tuttavia ha sempre dimostrato di essere un regista e uno sceneggiatore capace, coraggioso e con idee.

The Prestige, come altri titoli, ad esempio Memento, contiene in sè tutte le qualità tipiche di Nolan.

Adattamento per il cinema del romanzo omonimo di Christopher Priest, The Prestige è la storia della rivalità  professionale e umana tra due illusionisti, "Il Professore" (impersonato da Christian Bale, attore-feticcio di Nolan) e "Il Grande Dantàn" (un inconsuetamente bravo Hugh Jackman). Ad essere sinceri, il film può anche essere visto come la continua, ossessionata rincorsa di Dantàn verso l'illusione perfetta, rappresentata dal trucco del "trasporto umano", numero del Professore.
L'ossessione porterà Dantàn ad affidarsi ai servigi di Nikola Tesla (David Bowie!), il quale costruirà una macchina in grado di replicare e addirittura superare la spettacolarità degli show del Professore.

Senza dilungarsi oltre nella sinossi (aggiungo che ho taciuto la parte più succulenta e sensazionale del film onde evitare spiacevoli spoiler), la cosa più bella del film sta nella costruzione della sceneggiatura stessa, che segue i tre stadi di un numero di magia (situazione normale - magia - prestigio) ed inevitabilmente lascerà di stucco lo spettatore, non solo perchè si rispetta la struttura anzidetta, ma soprattutto perchè la "magia" si scopre solo nel finale.

Per quanto la sceneggiatura sia la colonna portante del film, sarebbe ingiusto non spendere due parole su altri aspetti del film.
Bella la trasposizione delle atmosfere da "Belle Epoque" di fine Ottocento-inizio Novecento, rese ancor più affascinanti dalle schegge di fantascienza che il personaggio di Tesla ha consentito di aggiungere.

Buonissima la prova di tutto il cast (nel caso di Bale, non è una novità) e da sottolineare la presenza di attori come Michael Caine (altra presenza fissa nei film di Nolan), Andy Serkis e Scarlett Johansson. 

Nulla da dire sull'accompagnamento sonoro, nella norma (Ad eccezione della affascinante canzone dei titoli di coda).

Insomma, l'annata cinematografica del 2006 ci ha regalato due grandi film sul mondo della magia: The Illusionist (avente un taglio più drammatico e romantico) e questo The Prestige, capace di ergersi sul rivale grazie a una trama più articolata e spiazzante. Dont' miss it!

[9,0]

martedì 10 luglio 2012

Men In Black 3

Stavolta niente "twisteeeeer!"
Recensione fuori tempo massimo, visto che il film è uscito due mesi fa (e io l'ho visto un mese e mezzo fa), ma tant'è.

Da come se ne parlava su internet e tra i cosiddetti bene-informati, Men In Black 3 doveva essere una chiavica, il classico raschiamento del fondo del barile di una serie che, tutto sommato, ha divertito parecchio, specie col secondo capitolo.

E invece no. Men In Black 3, pur non raggiungendo complessivamente la qualità di MIIB, diverte e intrattiene bene per un'ora e mezza.
Decisivi come al solito i scambi di battute tra J e K (a tal proposito, grandissimo come sempre Tommy Lee Jones e altrettanto convincente Josh Brolin nella parte dell'Agente K di fine anni '60) e le gag permesse dalla trama (che, per chi non lo sapesse, ha a che fare con l'Agente J che viaggia nel tempo al fine di evitare la morte di K per mano di un pericoloso terrorista spaziale). Divertentissima la "revisione" di Andy Warhol e della sua factory, tanto per citarne una.

Unico appunto che mi concedo (da fan) è che non sia stato dato spazio ai "vermoni", a mio avviso i comprimari più divertenti della trilogia e parecchio apprezzati in MIIB.

Per gli appassionati, da segnalare un cameo di Nicole Scherzinger (o, per meglio dire, delle sue -ottime- tette).

[8,0]

domenica 27 maggio 2012

L.A. Noire

"Put your weapon down, now!"
Come detto più volte, questa generazione videoludica non ha granchè entusiasmato.
Console costruite con componentistica scandente, prezzi esorbitanti, videogiochi prodotti con lo stampino, stampa specializzata ridotta a reclame commerciale.

Fortuna che, nonostante tutto, c'è chi ha ancora voglia di sperimentare, di rischiare, di offrire qualcosa di diverso rispetto alla concorrenza. A volte si fa bingo, a volte si fallisce, a volte tutti e due i casi. Quest'ultimo è il caso di L.A. Noire, uno dei giochi più chiacchierati e attesi degli ultimi anni e arrivato nei negozi nel maggio del 2011. Il successo di vendite c'è stato, ma ciò non è bastato a salvare lo studio di sviluppo dal fallimento, provocato anche dai contenziosi aperti dai dipendenti, costretti a turni di lavoro massacranti. Al di là di ciò, L.A. Noire, pad alla mano, si mostra come una delle esperienze più belle e coinvolgenti mai nate in ambito videoludico, ricca di atmosfera e fascino, seppur con qualche difetto in grado di non farlo digerire a tutto il pubblico.

Nel gioco l'utente impersona Cole Phelps, reduce di guerra e poliziotto losangelino, nel corso della sua carriera, partendo dai distretti e dai casi meno prestigiosi fino alla narcotici, alla omicidi e alla incendi dolosi. Ovviamente i casi non saranno tutti slegati tra essi: sullo sfondo si agitano alcuni dei gangster più famosi dell'epoca e i loro traffici, oltre che un caso mai risolto inerente al furto di grosse quantità di morfina dalle scorte dell'esercito.

Oltre ai casi propriamente detti (alcuni veramente capolavorici e citazionistici, come il caso Nicholson Electroplanting e La Città Nuda), Cole potrà destreggiarsi in altre attività, come la possibilità di sedare crimini girovagando per la mappa, la raccolta di distintivi e di pellicole di celluloide.

Purtroppo - e qui sta l'unico vero neo del prodotto del Team Bondi- i crimini della strada sono tutti molto simili tra loro (in pratica, si insegue o si insegue e si spara), e anche i casi di polizia seguono sempre lo stesso schema consistente nel raccogliere prove, analizzare la scena del crimine, interrogare i sospettati. Onestamente il sottoscritto, da amante del noir, non si è mai annoiato nel fare ciò (e il gioco dura tra le venti e le venticinque ore) ma molti hanno notato monotonia in queste meccaniche.

La cosa su cui tutti concordano, però, è la tecnologia di rilevazione facciale usata per la prima volta nel gioco: Mai prima di L.A.Noire si avevano avuti "attori" digitali così variegati nelle espressioni facciali e così determinanti ai fini del gameplay (per inciso, i tic e le espressioni del volto sono importantissimi ai fini degli interrogatori). Buona anche la realizzazione tecnica generale, sebbene molti si lamentino della "vuotezza" della Los Angeles anni '40 del gioco (dimenticando però che il free roaming non è il fulcro dell'esperienza, ma tant'è).

Splendida la colonna sonora, ottima la sceneggiatura (c'è solo un buco narrativo, lacuna inspiegabile, dato che a colmarla sarebbe bastato un filmato di 5 minuti), grande recitazione e tante, tantissime citazioni, in primis alla realtà dei tempi, oltre che a romanzi di autori come James Ellroy e John Fante. Tanti e ricercati anche gli omaggi a capolavori del cinema come Chinatown o Intolerance (e anche un simpatico easter egg "dedicato" a Brokeback Mountain).
Cosa chiedere di più?

Io non chiedevo nulla di più, tanto che L.A.Noire è uno dei giochi da preferiti non solo di questa generazione, ma di sempre. Altri invece ne rilevano una monotonia di fondo e una serie di difetti di gameplay. Il mio consiglio è comunque quello di fregarvene e giocarci. Vivrete una delle esperienze più belle che un videogioco possa offrirvi.

[9,0]

Ho Visto Del Piero

Ho visto Del Piero.
L'ho visto volare leggero come un angelo, quando aveva la faccia da putto.
L'ho visto inventare un tiro che è diventato solo il suo e lanciarsi tra i grandi ancora ragazzo.
L'ho visto segnare con la sua squadra soprattutto nelle partite che contavano, negli scontri diretti, nelle finali in giro per il mondo.
L'ho visto arrabbiarsi e digrignare i denti se c'era un principio da difendere e chinare la testa se il suo bene non era quello dei compagni.
L'ho visto lottare contro gli egoismi, anche contro i suoi, perché crescendo ha capito cosa voglia dire il gruppo.
L'ho visto parlare di valori e comportarsi di conseguenza.
L'ho visto inciampare e poi cadere.
L'ho seguito mentre si rialzava a fatica.
L'ho visto lottare contro allenatori e mal di pancia nervosi.
L'ho visto amare la maglia azzurra e non riuscire a farlo capire. Poi l'ho visto portarci a Berlino.
L'ho visto capire che le cose cambiano, modificare il gioco, segnare 11 gol di seguito su rigore se il rigore poteva essere il massimo da dare alla squadra in quel momento.
L'ho visto adattarsi dove non voleva, sacrificarsi facendolo ricordare.
L'ho visto umile e l'ho visto presuntuoso.
L'ho visto soffrire quando ha sbagliato.
L'ho visto uscire in smoking bianco, immacolato, da una discarica.
Non l'ho visto mollare, mai.
Non ho mai letto di lui sui giornali degli scandali.
Ieri sera l'ho guardato mentre si sedeva in panchina, con il broncio di chi vuole giocare.
L'ho visto applaudire i compagni per i gol che segnavano, esultare per la squadra.
L'ho visto entrare in campo senza riscaldamento, lui che non è più un ragazzino. L'ho visto strillare al ragazzo che parlava troppo, perché ci vuole rispetto.
L'ho visto segnare una punizione da artista e un rigore da ragioniere.

Sono contento di aver visto Alex Del Piero fare tutte queste cose.
Alex Del Piero è un bell'esempio per i miei figli.

(Fabio Caressa)
705 presenze, 290 gol, 19 trofei in 19 anni.

Precious

Produce e dirige Lee Daniels
Dal Sundance Film Festival, oltre a tanta roba hipster e decisamente trascurabile, spesso escono film di una forza tale da imporsi anche agli occhi del grande pubblico.

Uno di questi è sicuramente Precious, dramma del 2009 che, dopo aver stupito Cannes e Park City, ha conquistato Due Premi Oscar e un Golden Globe. Non male per un film indie. Non male nemmeno per un film così forte ed esplicito -tra l'altro ispirato ad una storia vera-, che tratta temi scomodi e inusuali a determinate platee come la violenza famigliare, lo stupro, la sieropositività, l'emarginazione sociale.

Ottimo il cast, che vede grande protagonista Mo'nique (una comica) che ha saputo vincere un Oscar e un Golden Globe grazie a una recitazione convincente e intensa. Da sottolineare anche la prova di Gabourney Sidibe, alla prima sul grande schermo e che si è portata a casa una nomination come migliore attrice protagonista. Da citare, per i feticisti, i camei di Lenny Kravitz e Mariah Carey, molto distanti dall'immagine pop e sofisticata che solitamente li adorna.

Buonissima la colonna sonora, un po' meno convincente la regia, a mio avviso troppo bizantina -nel senso che passa da sequenze da documentario ad altre molto più tradizionali e didascaliche, con risultati non sempre convincenti- e il montaggio, che però svolge bene la sua funzione (chi ha visto il film capisce a cosa mi riferisco).

Sembra incredibile credere che vicende come quelle narrate da Precious possano avvenire nella vita reale. Eppure è vero. Cosa ancora più commovente è vedere come la vita di una ragazzina di sedici anni possa essere rovinata in modo irreparabile da coloro i quali dovrebbero proteggerla ed educarla.

[8,0]



sabato 12 maggio 2012

Dark Shadows

Un sequel? No, Grazie!
C'era un tempo in cui  Tim Burton scriveva e dirigeva film come Big Fish - Le Storie di Una Vita Incredibile, La Sposa Cadavere, Il Mistero di Sleepy Hollow o Ed Wood, film di grande qualità, talvolta eccelsa.
Poi è arrivato il pessimo Alice in Wonderland, e da lì la carriera del buon Tim ha iniziato a declinare inesorabilmente: prima il video (bruttissimo) di Bones, canzone (bellissima) dei The Killers, poi Sweeney Todd, che mi è piaciuto così tanto che non ho nemmeno voluto recensirlo ed infine questo Dark Shadows.

Adattamento di un serial televisivo, Dark Shadows è incentrato sulla figura di Barnaba Collins, uomo tramutato in vampiro da una strega di lui innamorata, il quale, dopo essere stato imprigionato per due secoli, viene liberato nel 1972. La famiglia è in declino, la vecchia magione (denominata Collinwood) messa così male che potrebbe godere dell'esenzione IMU e con la vecchia rivale divenuta l'indiscussa padrona di Collinsport, la città fondata dai suoi avi. Davanti a tale situazione il pallido Barnaba si attiverà per riportare i Collins, il villaggio e l'azienda di famiglia al passato splendore. Nel mentre, se la dovrà vedere con la strega Angelique e Victoria, la giovane domestica tanto simile al suo perduto amore.

Premesse buone, bisogna riconoscere. Peccato che il film faccia veramente schifo: a conti fatti, Dark Shadows si presenta come un'accozzaglia di quanto oggi sia pop tra i teenager: vampiri, streghe e licantropi. Con la differenza che qui i vampiri non brillano alla luce del sole.
Bella l'idea di ambientare tutto negli anni '70 (e qui c'è da sottolineare la presenza di una buona colonna sonora, con canzoni di Alice Cooper, Iggy Pop e Barry White), ma gli spunti offerti si limitano solo a un paio di gag con Hippies fumati e dicono "oooh, che figo!" a ogni parola di Barnaba.

Proprio questo esempio fa capire tanto del film: le idee non mancano, ma sono sviluppate in modo episodico, marginale e prevedibile. A me è parso che tutte le cose che accadono durante le due ore scarse di proiezione siano solo un riempitivo per giungere allo "scontro finale". Un riempitivo peraltro scialbo, incoerente e a tratti noioso (non bastano un paio di battute e qualche situazione piccante per migliorare la situazione) e senza una reale trama a sorreggere il susseguirsi degli eventi.

A ciò si aggiunga poi la retorica burtoniana, ormai trita e ritrita e stancamente riproposta in ogni film. Manca la verve che aveva caratterizzato la prima parte della carriera del regista, mancano vere innovazioni. Stessi toni cupi, stessa fotografia, stessa atmosfera che si perpetua da vent'anni.
Se poi ci aggiungiamo che il regista di Burbank si mette  a citare l'espressionismo tedesco anni '30 -in un film con i vampiri protagonisti, che novità!- e ad autocitarsi (fan service dicono i supporter, modo per dimostrare quanto il regista sia giunto alla frutta, dico io)  con richiami a Mars Attacks!, Edward Mani di forbice e La Sposa Cadavere, capiamo quanto il buon Tim si sia in parte adagiato sugli allori, vivendo della luce riflessa del suo (encomiabile) passato artistico.

Sul versante del cast, oltre ai soliti Johnny Depp ed Helena Bonham Carter (e qui un mobbasta degno del miglior Maccio Capatonda ci starebbe benissimo) che peraltro non recitano nemmeno ai loro livelli, c'è da segnalare la presenza di una convincente Michelle Pfeiffer e di una Eva Green bellissima e in forma smagliante, tanto che potrebbe essere indicata come l'unica nota lieta della produzione.

Insomma, Dark Shadows è l'ennesima delusione di Tim Burton. Meglio di Alice in Wonderland (anche perchè fare peggio di quel film era quasi impossibile), ma da un (ex?) maestro come Burton è lecito aspettarsi di più e di meglio

[4,5]


mercoledì 25 aprile 2012

Lost - Stagione 6

4, 8, 15, 16, 23, 42


Tutto ha una fine.
Purtroppo nemmeno Lost riesce a continuare in eterno. Ma vi posso assicurare che la sesta stagione del serial cult per eccellenza è qualcosa di veramente incredibile, sia per le possibilità di interpretazione che si possono dare agli eventi, sia per l'intensità e la drammaticità degli eventi.

La serie si sviluppa su delle sideways e su dei FastForward. Non sto a dire nulla della trama perchè tanto la conosciamo tutti, ma la cosa veramente epica di questa serie è il finale.
Bellissimo nel suo voler porre, all'interno della classica lotta tra Bene e Male, altri temi, come la religione, il senso della vita, il destino. Guardarsi le ultime cinque puntate della sesta stagione è una delle esperienze più emozionanti e meglio create per un format televisivo.

Tutte cose che sanno di aria fritta, me ne rendo conto, ma veramente, per me Lost è stata un'esperienza a tratti totalizzante, non trovo parole per descriverla in un post come questo senza addentrarmi in spoiler di natura ciclopica.
Quindi, chiudo qua e gli appioppo il voto massimo.

[10]



Boardwalk Empire - Stagione 2

Sì, lo so, la trasmissione è finita da un pezzo, ma mi sono ricordato di doverla recensire solo ora. Sì, lo so che stanno lavorando alla terza stagione e che ormai tutti (sottoscritto compreso) si stanno esaltando dietro al fantasy soft-porn de Il Trono di Spade/ Game Of Thrones e nessuno si filerà il mio post. Ma lo scrivo comunque, tiè!

A sceneggiare: Terence Winter
Come dicevo, la seconda stagione -strutturata in 12 episodi- riprende la narrazione da dove era stata (bruscamente) interrotta: il Commodoro, Eli e Jimmy decidono di allearsi per scalzare Enoch Thompson dal suo trono (figurato, qui non ci sono i Lannister). Oltre ai sotterfugi messi in atto da trio per bloccare il rifornimento di liquori (business principe per il Tesoriere di Atlantic City), il "buon" Nucky dovrà affrontare anche le insidie delle indagini dell'FBI, una crisi famigliare e un processo per prostituzione (Ogni riferimento ad ex Primi Ministri italiani è puramente casuale).

Senza addentrarsi oltre nella trama (che vedrà Nucky cercare nuovi alleati oltreoceano e introdurrà l'ascesa della criminalità ebraica e italiana), passo a dire cosa ho pensato vedendo la serie. Nulla dirò sulla qualità della sceneggiatura e della ricostruzione storica, affascinante ed eccelsa come lo fu nella stagione precedente.

Mi è parso che questa seconda stagione abbia una natura quasi interlocutoria, come se gli scenggiatori volessero dirci "Tranquilli, il meglio deve ancora venire". Infatti il ritmo non è serrato come in passato e si è dato risalto alla caratterizzazione dei personaggi, focalizzandosi attorno al tema della "famiglia" (in effetti, in questa seconda stagione ogni personaggio si troverà a fare i conti con il proprio passato e con i suoi consanguinei).
E proprio questa calma apparente fa da preludio alle ultime tre puntate della stagione, che rappresentano un vero e proprio rimescolamento delle carte in tavola. Qualcosa che, vi assicuro, va oltre le aspettative generate nei nove episodi precedenti. Il risultato è, manco a dirlo, esplosivo.

Quindi, com'è Boardwalk Empire in questa seconda apparizione?
Semplice: un prodotto magnifico sotto ogni punto di vista e che fa da preludio a una terza stagione che si preannuncia esaltante, soltanto deficitario dell'effetto novità proprio della prima serie.

[8,5]

mercoledì 11 aprile 2012

Source Code

Si parla anche di una serie TV in arrivo
Ogni volta si dichiara morta la fantascienza, ogni volta la fantascienza batte un colpo, come a dire "sono ancora viva!". A volte lo fa con prodotti totalmente sci-fi, come fu Matrix, altre con prodotti di altri generi ma fortemente "conditi" da elementi fantascientifici. Source Code appartiene a questa seconda categoria.

Diretto da Duncan Jones (ebbene sì, il figlio di David Bowie) e interpretato da Jake Gyllenhaal, Vera Farmiga e Michelle Monaghan, il film racconta le vicende di pilota dell'aeronautica statunitense che, senza motivo apparente, si sveglia su un treno. Dopo un' esplosione, Colter Stevens -questo il nome del protagonista- viene informato di essere il soggetto di un esperimento all'interno di una macchina chiamata "Codice Sorgente", che permette a chi vi è all'interno di vivere gli ultimi otto minuti di vita di un altro soggetto su una linea temporale alternativa. E lui ha il compito di trovare e disinnescare una bomba che ha fatto esplodere il treno.

La trama e il ritmo da thriller (esaltato dal taglio registico scelto da Jones) tengono lo spettatore incollato allo schermo, facendolo anche congetturare al riguardo di chi sia il potenziale attentatore e, soprattutto, sul perchè Colter non pareva essere a conoscenza del suo coinvolgimento nel progetto.

Un gran bel film, teso, ben studiato e adrenalinico. Consigliatissimo.

[9,0]

Vallanzasca: Gli Angeli Del Male

Ultimamente sono molto attratto dai film sulla mala, specie se italiana. Motivo per cui mi sono avvicinato con molto hype a Vallanzasca: Gli Angeli Del Male, film dello scorso anno diretto da Michele Placido, che già diresse un film magistrale come Romanzo Criminale, che molta fortuna e consensi ha raccolto anche oltre confine. Un altro capolavoro?

Non del tutto. A scanso di equivoci, Vallanzasca è un bel film, che intrattiene alla grande, ma sembra il fratello minore della pellicola tratta dal romanzo di De Cataldo. Inoltre, sembra anche un po' meno ispirato in sede di sceneggiatura, dove si è preferito concentrarsi sul personaggio del bel Renè (come era soprannominato dalla cronaca) piuttosto che sugli altri. Decisione sacrosanta, ma a mio giudizio sarebbe stato più utile un maggior approfondimento dei rapporti tra i membri della banda.

La trama, come suggerisce il titolo, si incentra sulle imprese criminali di Renato Vallanzasca, dalla quasi mitologica spedizione volta a liberare le tigri da un circo, ancora bambino, passando ai furti da ragazzino fino all'affermazione definitiva come uno dei criminali più potenti d'Italia. La sceneggiatura e la regia fanno apparire Renè come una sorta di antieroe pop, una deviazione dell'ideale di Robin Hood. E la scelta premia, perchè mai come in questo caso il personaggio, con il suo entourage di scagnozzi, belle donne e amici fidati, ben si presta a una narrazione simile.

Da quel che conosco, il film è molto fedele alle vicende realmente accadute. Peccato però che a volte sembra che certe cose accadano senza un reale motivo, o meglio, senza adeguati indizi per capirne il motivo. Credo che per comprendere appieno la sceneggiatura sia necessario avere una conoscenza capillare dei fatti di cronaca dell'epoca (infatti, non poche volte è stato mio padre, classe '60, a darmi delucidazioni su ciò che avveniva su schermo).

Antieroe pop, dicevamo. E infatti è così. Dalla colonna sonora, alla fotografia, passando per i costumi, Renato è rappresentato come una sorta di divo del rock, di bello e dannato, con una morale contorta, ma sempre onesto e leale con se stesso e gli altri. A dare una forte credibilità al bel Renè ci mette tantissimo del suo anche l'attore che lo interpreta, Kim Rossi Stuart, autore di una prova sontuosa (oltre che ad essere molto somigliante al Vallanzasca reale). Per quanto concerne il cast, da segnalare le apparizioni di Valeria Solarino nei panni di Consuelo, la madre del figlio del criminale, e Francesco Scianna, già visto nel non proprio indimenticabile Baarìa di Tornatore.

Chiudendo, non si può dire che Vallanzasca sia un brutto film, anzi, a parte qualche passaggio oscuro, è un bell'affresco sulla vita di uno dei fuorilegge più famosi della storia italiana, ma manca quel "qualcosa" che gli permetterebbe di essere un capolavoro.

[7,5]

sabato 31 marzo 2012

Meetale, Questo Sconosciuto

Come promesso, spendo due parole su Meetale.com

 Che roba è? In parole poverissime, è un sito in cui aspiranti scrittori o gente con la passione della scrittura possono caricare i loro scritti per farli leggere a noi, popolo della rete, sotto forma di e-book su Pc, smartphone e Tablet.
Ci si iscrive, si invia lo scritto e il gioco è fatto.

A tutto ciò poi si aggiunge una componente social, con tanto di possibilità di commento e discussione. Inoltre, ci si può guadagnare qualche soldo: infatti gli autori possono decidere se vendere i loro scritti (sovente proposti a cifre irrisorie) o diffonderli gratuitamente. O tutte e due le cose.

 A mio avviso è un sito molto interessante, una sorta di "youtube degli e-books", con contenuti che spaziano dalla novellistica alla saggistica, dal poliziesco al drammatico, dalla A alla Z. Visitatelo, trovare qualcosa di ben scritto (a volte anche meglio di lavori di chi i libri li scrive dietro compenso) è facilissimo. Oltretutto, è una start-up italiana.

Beccatevi il link:
http://www.meetale.com/

giovedì 29 marzo 2012

People In A City

Prima di tutto, una comunicazione.
Sebbene da qualche anno abbia preso l'abitudine di dare un voto a tutto ciò che leggo/vedo/gioco/ascolto (si dice che noi maschi amiamo questo genere di cose, che ci piaccia far sapere quant'è lungo il nostro pisello rispetto a quello degli altri), questa recensione non avrà il fatidico numerino finale. Perchè? Perchè, vista la natura del tutto amatoriale del prodotto, non mi sembra corretto far concorrere l'autore con chi i libri li scrive per mestiere. Detto ciò, non intendo alludere al fatto che People In A City sia una schifezza (anzi, tutt'altro) ma non mi sembra giusto "giocare" con la passione e le ambizioni delle persone. Detto questo, a voi la recensione.


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Le mie vicende personali mi hanno portato a conoscere molta gente attraverso internet. Tra questi "Pen friends 2.0" c'è il buon Rumigal, noto anche come John D. Barleycorn o Andrea Khaldi. Il buon Rumi ha il dono e la passione per la scrittura, e recentemente, grazie a Meetale (spiegherò in un altro post che cosa sia) ha pubblicato una raccolta di novelle intitolata, per l'appunto, People In A City.

Nelle 60 pagine del libro, l'autore tratteggia quelli che gli intellettuali anglofoni amano chiamare "Slices Of Life", ossia momenti, situazioni particolari, eventi (solo apparentemente) tra di loro non collegati, con il fine di far conoscere al lettore personaggi molto diversi, con vite distanti, a tratti surreali, ma verissimi e vicini all'indole di ognuno. Ma non deve tuttavia stupire che ogni racconto faccia storia e sè, o che i protagonisti siano solo appena accennati: People In A City è il genere di libro in cui gli eventi sovrastano i personaggi, in cui il messaggio prevalica il racconto.

Non c'è una vera e propria trama (e d'altronte sarebbe impossibile averla), ma la sensazione che si ha leggendo è quella di trovarsi in un tempo sospeso (non molto diverso dal nostro), con vite e relazioni che si tangono per poi allontarsi di nuovo, si intrecciano e si dissolvono. Soprattutto si dissolvono.

Tra i temi in assoluto più importanti c'è senza dubbio la morte, come presenza costantemente aleggiante nell'esistenza di tutti, come destinazione finale, come improvvisa apparizione. Ho apprezzato tantissimo la gretta concretezza con cui l'autore ne scrive, senza fronzoli, senza giri di parole, senza dar ad essa un'immagine mistificata, anzi con crudo ed inesorabile realismo. Altro tema pieno di corollari è quello della giovinezza, o per meglio dire della gioventù, di quella odierna, sospesa come scrive l'autore "tra un'adolescenza che non se ne va e un'età adulta che tarda a venire", e che intrappolata in questo limbo riempie il vuoto esistenziale che ne scaturisce come meglio può, gettandosi a capofitto tra i piaceri dell'alcohol, vivendo situazioni estreme, semplicemente tirando a campare.
Ma un sentimento è comune a tutti i personaggi del libro: il "non voler perdere tempo", il non sprecare tempo e vita, il voler danzare sul grande palcoscenico dell'esistenza, anzichè restarsene appoggiati alle quinte in attesa che arrivi qualcosa che, molto probabilmente, non arriverà mai.

E a un libro così, astratto eppur attuale, quasi figlio illegittimo tra la Beat Generation e la New Wave Americana, lo scrittore fa aderire un linguaggio semplice, colloquiale, quotidiano, ma capace di improvvisi quanto piacevoli cambi di registro, con immagini a volte poetiche, altre nostalgiche, altre ancora malinconicamente tristi. Magari a volte ci si imbatte in qualche veniale errore, ma nulla in grado di pregiudicare la qualità del prodotto finale.

La qualità generale del prodotto è molto buona, tendente all'ottimo, sebbene come è ovvio che sia non tutti i racconti hanno la stessa freschezza e lo stesso impatto sul lettore. A mio avviso, i momenti migliori sono raccolti tutti verso le pagine conclusive, con una novella finale veramente profonda e toccante.

La cosa bella di People In A City è che, in fin dei conti, il libro parla di tutti noi e di nessuno nello specifico, è un affresco contemporaneo in cui tutti possono riconoscersi, chi nel Volgare (per inciso, mio personaggio preferito), chi in Mr. Sweet, chi in Louis o in Jamal. Perchè in realtà tutti siamo sulla stessa barca, tutti siamo Gente nella stessa grande Città.

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Per chi volesse leggere il libro in questione:
http://www.meetale.com/tale/people-in-a-city/13326923567271

Splice


Per tornare a scrivere sul blog scelgo il cinema e per inciso un film di fantascienza, nonostante l'ambientazione sia contemporanea. Splice, origine canadese, è stato diretto da Vincenzo Natali e annovera tra gli interpreti Adrien Brody. Produce Guillhermo del Toro.

Di primo acchitto, Splice sembra il classico film fatto giusto perchè il produttore aveva un po' di soldi da impegnare e non gli andava di inserirli in dichiarazione dei redditi, invece la pellicola ha un suo senso.

Splice racconta di due scienziati (un uomo e una donna tra loro fidanzati) i quali, al lavoro su alcuni esperimenti volti a creare una particolare proteina necessaria in campo farmaceutico, quasi per errore riescono a dar vita a una chimera, un essere in parte umano e in parte fiera. Invece di sopprimere il mostro, la donna, colta da un istinto quasi materno, riesce a far sì che possano seguire la crescita della chimera.

Trattata come una qualsiasi bambina umana, sembra che Dren (questo il nome dell'abominio) sia buona e gentile, affettuosa nei confronti di quelli che lei considera come "Genitori". Tutto cambia però con l'arrivo della pubertà e dell'età adulta, quando Dren seduce il "padre" e si rivolta nei confronti della "madre", la quale riproietta sul mostro le sue frustrazioni, frutto di un passato tumultuoso, specie dal punto di vista famigliare.

Ciò che mi è piaciuto di Splice è proprio il suo focalizzarsi sul legame tra i tre esseri, facendo pian piano scemare l'aspetto "scientifico" della vita della chimera. Bello anche il cambio di sentimenti che si palesa nel mostro man mano che si rende conto della sua componente sessuale. Unica pecca è forse un finale eccessivamente spinto (e alquanto inquietante).

Nonostante ciò, ritengo che Splice sia un film consigliabile, non certo un capolavoro o una pietra miliare, ma un buon film ricco di spunti, purtroppo sviluppati solo a metà.

[7,0]

sabato 25 febbraio 2012

TrashAwards 2012

In attesa degli AlekAwards di quest'anno, una nuova premiazione atta a premiare tutte le cose più strane, rozze, balzane che circolano su internet.
Regole: non ci saranno nominations, categorie fisse o chissà che. Semplicemente, una volta l'anno assegnerò i premi a mio puro piacimento.

PREMIO TRASH ALLA CARRIERA: Iva Zanicchi
La Zanicchi la conosciamo tutti: vincitrice a Sanremo, presentatrice di indubbia fama, parlamentare di dubbie capacità. Eccola qui in un video d'epoca in cui...vabbè è chiaro. C'è chi dice che in quel frangente fosse sotto ipnosi, ma chi è disposto a vagliare la veridicità di tali affermazioni?


PREMIO CANTANTE E CANZONE TRASH: Donato Mitola con "Succhio Succhio, Lecco Lecco"
La concorrenza in Italia è fortissima per questo premio, ma ho preferito premiare un decano del trash che, oltre a questa canzone, ci ha lasciato pezzi memorabili come "Licantropo" o "Il Serpente". Che possa vincere anche nei prossimi anni?


PREMIO SPECIALE ESIBIZIONE ARTISTICA: Jessi Malò alla Sagra Paesana
La sua danza sulle note di "Gloria" di Umberto Tozzi ha fatto il giro del mondo e ci starebbe un premio anche per quella, ma anche questo live ha il suo perchè. Mi sento solo di scrivere Grazie di Tutto, Eroe.


PREMIO DELLA GIURIA "MAMMA MIA SE SEI MESSO MALE": La Numa Girl
Dico io, ok voler avere un quarto d'ora di celebrità, ma questa è pazza da legare.
Mettete a letto i bambini!


PREMIO SPECIALE "UN MITO INCANCELLABILE": Steklovata
Forse ho già dedicato loro un post anni fa, ma chi se ne frega, meriterebbero un post al mese. La cosa migliore che l'ex blocco sovietico ha dato al mondo dopo quintali di gnocca accessibile a tutti coloro i quali possano permettersi un biglietto RyanAir. E dire che di rivali per il premio ne avrebbero...

Jay & Silent Bob...Fermate Hollywood!


Parlo spesso di cinema sul mio blog, ma questo film mi ha segnato, nel bene e nel male. Tanto che al momento lo considero uno dei migliori film demenziali che abbia mai visto.

Il Film (che, vista la lunghezza del titolo, abbrevierò in J&SB) può essere considerato uno spin-off di Clerks, film indipendente di metà anni '90 -che magari un giorno mi degnerò di recensire, non si sa mai-, dato che i protagonisti sono gli stessi (e in effetti lo è anche l'autore e il regista, Kevin Smith). I protagonisti di cui sopra sono appunto Jay e Silent Bob, due spacciatori del New Jersey che, dopo essere diventati star di un fumetto chiamato Bluntman & Chronic e avere scoperto che la Miramax a loro insaputa sta girando un film, decidono di prendere la strada in direzione di Hollywood, al fine di bloccare le riprese a causa dei continui insulti che dalla rete si riversano sul progetto. Il viaggio sarà un pretesto per collegare tra loro gag ad elevato tasso di demenza e scurrilità, che non possono che piacere ad un amante del trash come il sottoscritto.

Non che ci sia molto da dire su un film come J&SB, ma è bello far notare che qualità e quantità di battute sono tali da non scontentare nessuno, si va da situazioni surreali ad altre molto più volgari ma non per questo meno divertenti. Oltretutto il film è impreziosito da tantissimi camei, anche con attori e registi che non ci si aspetterebbe di vedere in un film del genere, come Wes Craven, Gus Van Sant (strano che appaia in un film così spiccatamente omofobo) o George Carlin, affiancati da figure molto meno pretenziose come Ben Affleck, Matt Damon (la scena del remake di Will Hunting è da applausi), Will Ferrell, Chris Rock o James Van Der Beek.

Io lo consiglio caldamente, un film stupido dentro e fuori, ideale per passare un paio d'ore in allegria e guadagnarsi la stima degli amici a cui lo farete conoscere.

[8,0]

mercoledì 22 febbraio 2012

Il Cigno Nero


Dopo The Wrestler, Darren Aronofsky si è guadagnato la mia stima incondizionata.
Stima incondizionata che viene da me confermata dopo la visione de Il Cigno Nero.

A mio avviso questo film è un po' il "lato oscuro" proprio di The Wrester: là Randy The Ram cercava di rimettere in sesto un'esistenza ormai squallida e senza sostegno affettivo gettando i panni del lottatore-showman per rivelarsi come uomo debole e sofferente, qui invece Nina, ballerina classica introversa e mite, vede tutta la sua pacifica vita dissolversi sotto il peso dello stress e della volontà di raggiungere la perfezione nell'intepretazione di un ruolo che non le appartiene, ma che finirà per fagocitarla.

Il tema portante del film è il doppio, chiaramente espresso dal Cigno Bianco e dal Cigno Nero protagonisti de Il Lago Dei Cigni di Piotr Tchaikovsky. E si può dire che la protagonista fa quasi volontariamente morire la sua anima di Cigno Bianco (puro, candido, casto e gentile) per divenire il cigno Nero (aggressivo, rabbioso e violento). Processo che, prima ancora che scenico e fisico, è psicologico e caratteriale, con la protagonista che inizia col rigettare le cure a tratti ipocrite della madre, passando poi al lasciarsi andare ai piaceri della carne per poi finire con l'autolesionismo e i deliri. In tutto ciò l'eros ha un ruolo importantissimo, se è vero come è vero che il crollo interiore della ragazza ha inizio quando il direttore artistico le chiede di masturbarsi, al fine di assumere maggior disinvoltura, e finisce con la scena del rapporto orale tra Lei e Lily, che rappresenta tutto ciò che, in termini di erotismo e fascino, Nina non riesce ad essere.

Al di là delle elucubrazioni che si possono costruire su questo thriller psicologico, c'è da sottolineare anche quanto di buono sia stato fatto in sede di recitazione da parte del cast (interpretazione pressochè perfetta della Portman, ma ottime anche le prove di Vincent Cassell e Mila Kunis) e non si può non elogiare il mix tra senso di "sofisticato" proprio del mondo della danza che permea l'atmosfera e momenti a tratti inquietanti, carichi di tensione e di forte carica ansiogena.

A mio avviso Il Cigno Nero non è un film per tutti e non è un film che si può apprezzare pienamente dopo una sola visione. E' comunque considerabile un film ottimo sia dal punto di vista dei contenuti che della resa a schermo, tuttavia leggermente inferiore a The Wrestler.

[8,5]

sabato 18 febbraio 2012

L.A. Confidential


Bud White, Jack Vincennes ed Ed Exley sono uomini molto differenti tra loro, accomunati dal fatto di far tutti parte della polizia di Los Angeles. Accomuntati anche da fatto di avere un passato non proprio limpido alle spalle e di avere dei modus operandi nello svolgimento delle funzioni di polizia non proprio tipiche di uno Stato garantista.
I loro destini si incroceranno per risolvere una serie di casi a prima vista distanti tra loro, ma che con il passar delle indagini e degli anni appariranno come parte di una grande macchinazione volta a proteggere l'onore e la rispettabilità di persone che, nella L.A. di fine anni '40, dovrebbero apparire come intoccabili.

L.A. Confidential (romanzo da cui è stato tratto anche l'omonimo film con Kim Basinger, Russell Crowe e Kevin Spacey) è un'opera forte, rude e schietta, diretta come un pugno nello stomaco. Gli ingredienti principali di quello che può essere visto come uno spaccato della società upper-class anni '40 non sono l'eroismo o l'amore per il rispetto della legge, ma tutte quelle malsane brutture che una società sciovinista e bigotta come quella dell'epoca non poteva nemmeno sentir nominare, come la pornografia, la prevaricazione, la corruzione, l'abuso di droga, la prostituzione.

Romanzo oltremodo ammaliante e capace di far perdere il sonno (letteralmente) al fruitore, trova i suoi limiti (forse) nell'essere fin troppo classico. Come altre opere dello Scrittore losangelino (La Dalia Nera è il primo esempio che mi sovviene), non c'è nulla di veramente nuovo o innovativo: ci si limita a fare (benissimo) il compitino.
Ma, sebbene non ci sia nulla di più buono della minestra riscaldata del giorno prima, anche quella alla lunga risulta stancante.

[8,0]

sabato 4 febbraio 2012

Midnight In Paris


Commedia piacevolissima, sicuramente uno dei migliori film di Woody Allen, che fa della capitale transalpina il cuore pulsante di una storia surreale e di gusto incentrata sulle dinamiche di coppia tra Gilles, scrittore nostalgico e amante della Ville Lumière, e Ines, sua promessa sposa gretta e materialista.

Da sempre affascinato dalla città sulle rive della Senna, il protagonista scopre che allo scoccare della mezzanotte il mondo di oggi si tange col periodo d'oro di Parigi, quegli anni '20 del secolo scorso in cui la città francese era ritrovo di tantissimi degli artisti e degli intellettuali che hanno segnato il Secolo Breve, da Modigliani a Picasso, da Hemingway a Scott Fitzgerald. E proprio questo paradosso temporale permette a Gilles, impersonato da un Owen Wilson insolitamente ispirato e lontano dai ruoli con cui si è guadagnato fama tra il pubblico mondiale, di conoscere ed avere a che fare con alcuni dei suoi idoli e di intrecciare una storia con una donna degli anni '20, Adriana, interpretata da una meravigliosa Marion Cotillard.

Cone in tutte le buone commedie di Woody Allen, a farla da padrone è l'intelligenza e l'arguzia delle battute, capaci di far ridere senza mai essere banali o volgari. Bellissimi i siparietti, ad esempio, tra il protagonista e i patriottici genitori della futura moglie, o i logorroici monologhi di Paul, intellettuale inglese onnisaccente che ha le sembianze di Martin Sheen, nuova star del cinema anglosassone, così come le versioni, sicuramente romanzate e sorprendenti, di persone come Salvador Dalì (con un Adrien Brody in stato di grazia a rendere su schermo le assurde visioni del baffuto pittore catalano) o dello stesso Ernst Hemingway.

Devo dire che mi ero avvicinato con sospetto a questo film, soprattutto perchè temevo che il film si rivelasse una sorta di reclame per Parigi. E così in parte è stato, con una lunga sequenza iniziale che serve solo a mostrare le tante bellezze della Città. Subito dopo però esce la storia, che come detto è ben scritta (nel senso che pur non trattando un tema originalissimo, riesce comunque a non sapere di "già visto"), coinvolgente e divertente.

Insomma, missione compiuta per il regista newyorkese, atteso al bis nell'accoppiata "Film/Città" con Be Bop Decameron, girato a Roma, forse in ossequio al vecchio adagio secondo cui "Solo Roma è all'altezza di Parigi, solo Parigi è all'altezza di Roma".

[9,0]

Q


Con incredibile ritardo (ho finito di leggere questo libro più di un anno fa) provvedo a mettere per iscritto in italiano comprensibile l'opinione che preparai tempo addietro per questo libro,che io reputo uno tra i migliori romanzi italiani degli ultimi dieci anni.

Opera di un pool di autori che amavano farsi chiamare Luther Blissett (pseudonimo preso dal noto attaccante inglese del Milan anni '70, soprannominato, per le sue scarse doti realizzative, Luther Miss It) ora noti come Wu Ming, Q è stato spesso citato come romanzo apripista della cosiddetta New Italian Epic, una corrente letteraria e cinematografica, invero ancora in vita, la quale, partendo da fatti di cronaca o da fatti storici tipicamente italiani, si tuffava in una critica e in una rivisitazione di quei fatti alla luce della situazione italiana di oggi. Esempi di questa fiumana di opere (in alcuni casi veri e propri capolavori) possono essere Romanzo Criminale di De Cataldo, Gomorra di Roberto Saviano e, in ambito cinematografico, Il Divo di Paolo sorrentino.

Sebbene Q abbia dato il "là" alla corrente, di New Italian Epic ha tanto e poco allo stesso tempo. Poco perchè narra eventi molto remoti nel passato, essendo ambientato in piena Controriforma, dove il centro di gravità più che l'Italia pare essere la Germania scossa dalle Tesi di Lutero. Tanto perchè, seppur in una vesta avventurosa e romanzata, dice molto dell'Europa e, conseguentemente, dell'Italia di oggi. Tanto perchè offre una disamina incredibilmente moderna dello scontro tra religioni, oggi come ieri identificato come il luogo in cui più si realizzano le crudeltà e le nefandezze proprie dell'animo umano. Tanto perchè mostra una società viva ma bloccata dal volere dei poteri forti, siano essi i Principi tedeschi con le loro schiere di Lanzichenecchi, i banchieri di Anversa o i Pontefici di Roma. Tanto perchè, come fanno notare gli autori stessi, gli eventi della prima metà del Cinquecento hanno avuto una eco potentissima sugli eventi di quasi seicento anni dopo.

Al di là di queste importantissime sfacettature, Q è soprattutto un grandissimo romanzo d'avventura, che racconta con maniacale dovizia di particolari e altrettanta esattezza storica anni convulsi come quelli che vanno dal 1518 al 1555. Nell'impostare il loro lavoro, gli autori mi hanno ricordato Ken Follett, il quale, quando si trova a scrivere uno dei suoi (quasi sempre bellissimi) romanzi storici, cerca di inserire in modo credibile e coerente finzione e realtà. A riprova della fedeltà con cui hanno eseguito il lavoro, i "Blissets" hanno inserito dei documenti e delle mappe in appendice alla loro opera.

Senza nulla dire sulla trama, che avrà come centro di gravità la lotta a distanza tra un "rivoluzionario" tedesco e il misterioso "Occhio di Carafa" Q e che spazierà dai Lander tedeschi fino all'Olanda, Venezia ed Istanbul, con sullo sfondo un meraviglioso affresco della società dell'epoca, in perenne attesa del Regno dei Cieli, abitata da una pletora di personaggi, sia fittizi che realmente esistiti, passo direttamente a scrivere della lingua e dello stile adottato dagli autori.

Devo dire che, pur avendo una armoniosità di fondo, ognuna delle tre parti principali del libro si caratterizza per alcune sfumature linguistiche che sembrano voler tracciare la crescita fisica e caratteriale del personaggio: se nel primo terzo abbiamo a che fare un protagonista quasi timido e posato, nella parte intermedia lo vediamo più spregiudicato e sicuro di sè (anche per quanto concerne i particolari più scabrosi o piccanti), per poi notarlo come più disincantato e moderato nella parte finale del romanzo. Altro particolare interessante a mio avviso è che l'Opera, pur essendo ambientata nel XVI secolo, ha tratti di profonda modernità anche nel ritmo della narrazione e nell'asciuttezza del linguaggio.

Anche qui di difetti reali ve ne sono pochi. Anzi proprio nessuno. Un'epopea carica di pathos e spettacolarità che tutti gli amanti del romanzo storico non dovrebbero lasciarsi scappare.

[9,5]

L'Isola Del Giorno Prima


Mio secondo romanzo di Umberto Eco dopo il capolavorico Il Nome Della Rosa, questo libro, pur non riuscendo -di poco- ad essere alla pari dell'esordio del professore alessandrino, mi è piaciuto moltissimo, non solo per la qualità della prosa, ma anche perchè riesce a miscelare in modo piacevole e arguto momenti leggeri e momenti di più profonda riflessione.


Per quanto concerne la trama, essa racconta della singolare esperienza di Roberto De La Grieve, rampollo della piccola nobiltà piemontese, che si trova "naufragato su una nave", la Daphne, la quale era alla ricerca del meridiano in cui si registra il cambio di data. Impossibilitato a scendere sull'isola appena oltre questo meridano, inizia a scrivere alla sua immaginaria Amata un resoconto delle sue esperienze passate, grazie a cui il lettore capirà come mai Roberto si trovi in una così paradossale situazione.

Come sempre in un'opera di Eco, non mancano pagine di eccelsa qualità non solo letterariamente parlando, ma soprattutto per quanto concerne l'analisi filosofica e la logica. Bellissime, ad essempio, sono i capitoli in cui il protagonista immagina le reazioni del suo corpo alla decomposizione, o quando si mette a filosofeggiare su come pensino le pietre e quale sia la loro posizione nel mondo, oppure ancora quando fornisce una visione folgorante e piena di significati dell'isola immaginaria in cui un personaggio secondario trova l'inferno. Passi di grande intelligenza ma anche passi di grande letteratura, in grado di competere con nomi "pesanti" come quelli di Melville o di Coleridge.

A rendere ancora più piacevole la lettura, poi, Eco non disdegna alcune note di colore e pagine dal contenuto ben più leggero, come quando scrive delle armate del padre di Roberto che muovono guerra agli spagnoli schierati davanti a Casale di Monferrato, in quella che sembra una versione su carta dell'Armata Brancaleone di Monicelliana memoria.

Unico neo, forse, è il fatto che verso la fine sembra che l'intreccio, invero complesso ma lucido dal punto di vista logico, stesse fuggendo di mano all'autore, che infatti lascia in sospeso i destini di Roberto mentre, con la forza della disperazione e della follia che ormai la solitudine gli ha donato, si getta in mare per cercare di raggiungere l'isola "rimasta nel passato", come la chiama lui. Furbizia di Eco è stata quella di trattare la vicenda come se l'avesse scoperta e non inventata, come fece già con Il Nome Della Rosa, e proprio questo espediente permette di far terminare il racconto in un momento clou.

Oltre a cio, non vedo comunque altri difetti di un'opera che, per qualità e contenuti, ha pochi eguali non solo nel panorama italiano, ma internazionale. Gli unici confronti possibili sono quelli con altri romanzi filosofici, come I Viaggi Di Gulliver di Jonathan Swift o Candido di Voltaire.

Oppure, come sostiene Pierre Lepappe, anche questi confronti sono vani, in quanto ci troviamo davanti a un nuovo genere di racconto storico "che trova i propri fondamenti nella storia culturale piuttosto che nelle tragedie politiche e nelle alcove principesche".

[9,5]